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3. Il senso e i sensi

Angeli dei Sette Chakra
Gli Angeli dei Chakra si rivolgono ad animi in cammino verso un sempre maggiore e consapevole equilibrio personale.
Donarsi o donare un angelo dei Chakra è un gesto colmo di simboli e significati.

Visualizza tutti gli Angeli dei Sette Chakra>>>
Il greco antico (e qui si fa riferimento all’epoca omerica, un tempo in cui la scrittura non era ancora parte fondamentale della nostra civiltà) adoperava il termine sòma per designare il corpo morto, il corpo che i guerrieri lasciavano sul campo di battaglia.
Quel corpo, il sòma, era esattamente quello che noi oggi chiamiamo cadavere; è il
corpo privo di vita, che l’anatomia scopre sul tavolo della sala settoria.
Quando, viceversa, in quell’epoca di dèi e di eroi, si voleva parlare di corpo vivo, si usava il termine schenè, che vuol dire tenda, abitacolo, in quanto dimora dell’anima (psiche).

Da quest’ultima parola, schenè, deriva la nostra “scena”, che in origine voleva significare “corpo vivente”, cosa che vive, che vibra in tutto il suo essere-insieme anima e corpo.
Questa, breve e tuttavia necessaria premessa, ci consente di comprendere che cosa propriamente intendiamo, quando ci riferiamo al nostro corpo, dicendo che è "la scena del mondo". Si badi che abbiamo chiamato il corpo “scena del mondo”, non abbiamo detto che si trova sulla scena del mondo; infatti, la nostra corporeità, che è un tutt’uno di anima e corpo, è essa stessa la “scena” dove noi viviamo la nostra vita e il luogo da cui muove la nostra individualità verso l’espansione e il congiungimento con la totalità del mondo.

Come il corpo accoglie l’anima, con cui è un’unità vivente, similmente il mondo accoglie il nostro corpo e, conseguentemente, noi “ facciamo scena con il mondo”, istituendo il nostro “esserci”, che è essenzialmente un essere al mondo come esistenza, come tessera, un tempo espulsa da quello che ci figuriamo come un mosaico cosmico.
D’altra parte, il nostro esistere, il nostro essere presenti nel mondo (da-sein), è un co-esistere, una co-presenza (mit-da-sein), dal momento che la nostra venuta al mondo implica e presuppone lo stare insieme, l’esistere con gli altri.
E tutto questo noi lo percepiamo, lo sperimentiamo fin dal nostro primo dischiuderci al mondo, fin dal nostro essere espulsi (questa volta non solo metaforicamente) dal ventre materno.

Il percepire è un apprendere, un accogliere informazioni, sensazioni ed emozioni, che viviamo nella nostra corporeità, nel nostro essere corpo vivente (leib) nel mondo e per il mondo.
Le percezioni non vengono dal di fuori a stimolare il nostro corpo inerte (koerper), esse muovono da quell’insieme noi-mondo, che proprio in virtù di questa unione, produce pensieri, idee, concetti, rappresentazioni mentali di quella imprescindibile unità.

Quando viviamo un momento di gioia, ad esempio, la gioia è in noi in un movimento che tende verso il mondo e dal mondo muove verso di noi, mostrandoci una faccia più luminosa di quella stessa poliedrica realtà, che qualche momento prima si dava a noi in una più soffusa luce.
Ora, questo perenne muovere da noi verso il mondo, verso gli altri, questo ritornare poi dal mondo, dagli altri, verso noi, in una continua circolazione di senso, viene originato proprio dai nostri sensi.

I sensi, attraverso cui noi sentiamo, appunto, le nostre esperienze fuori e dentro di noi, veicolano energia che, come sappiamo, è nella materia stessa, e dunque non sono materiali più che spirituali, non sono spirito più che materia.
I sensi sono i nostri mezzi (media) naturali attraverso cui passano le informazioni che ci arrivano dal nostro corpo e dal mondo (non dimentichiamo mai che corpo e mondo sono espressione di un’unità inseparabile).
Quando noi, ad esempio, viviamo qualcosa di spiacevole, il nostro corpo e la nostra anima si dispongono in modo da prendere le distanze da quell’evento. E allora, ci dispiaciamo, oppure ci arrabbiamo, o ci annoiamo, o più raramente, “sentiamo la terra mancare sotto i nostri piedi”.

In quest’ultima situazione, sperimentiamo la carenza o la mancanza di senso nella nostra vita; carenza o mancanza provocate dal nostro sentire, dai nostri sensi.
In questo modo ci accorgiamo che il senso che noi avevamo dato alla nostra vita, è stato interrotto dall’attraversamento, nella nostra coscienza, di percezioni sensoriali che hanno destituito un senso, che magari, in situazioni diverse e più o meno lontane nel tempo, esse stesse avevano istituito.

Così, spesso dobbiamo accorgerci che il nostro dare senso all’essere genitori, vuol dire, ad esempio incontrare lo sguardo luminoso o spento dei nostri figli, vuol dire carezzare il loro viso e scoprire la loro tenerezza, vuol dire sentire l’odore più o meno pregnante dell’ultimo profumo che qualcuno ha loro regalato e sorridere al pensiero che “sono proprio cresciuti, non sono più bambini”, vuol dire ascoltare certi loro modi di esprimersi ed arrabbiarsi, perché, “sì, noi eravamo diversi”. E poi ci accorgiamo che, in fondo, quella diversità ci sta bene, che ha un senso e…sorridiamo ancora e…finiamo per dare un senso anche al nostro sorridere.
© G.dell'Isola - 2003 - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare i testi senza autorizzazione.




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