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6. Il verbo e l'archetipo

Angeli dei Sette Chakra
Gli Angeli dei Chakra si rivolgono ad animi in cammino verso un sempre maggiore e consapevole equilibrio personale.
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“E Dio disse: E vi fu luce...(Genesi, I, 3)”.
Dio “disse”.
Dio, dunque, creò per mezzo della parola.

Leggiamo ancora: “In principio era il Verbo, e il Verbo era con Dio, e il Verbo era Dio (Vangelo secondo Giovanni, I, 1). L’identificazione Dio-Verbo, rinvia all’esegesi veterotestamentaria, secondo cui il “Verbum” è rintracciabile nel “Logos”, inteso come principio primo.
Ciò che a noi interessa del racconto biblico, è il racconto stesso, il μύθος (mythos). L’evidenza della narrazione simbolica, non ci dispensa da qualche precisazione necessaria riguardante il simbolo e l’universo in cui esso si muove.

Il simbolo è produzione dell’inconscio individuale, in quanto espressione del nostro vissuto personale, ma, essendo in molti casi patrimonio comune dell’umanità intera, appartiene de iure, di diritto alla parte inconscia che ognuno di noi ha in comune con tutti gli uomini d’ogni tempo e luogo, vale a dire all’inconscio collettivo.
Ma vi sono alcuni luoghi della mente, che troviamo nel territorio sconfinato dell’inconscio collettivo e che preesistono al vissuto e alla produzione personale dell’inconscio individuale. Questi luoghi sono gli archétipi.

Diamo qualche esempio. La croce, si è detto, è un simbolo, ed è rappresentazione del nostro inconscio individuale e, in parte collettivo. In parte, perché la croce è simbolo solo per alcuni popoli, non per tutte le genti di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Ma Dio non è un simbolo, è un archetipo, in quanto preesiste a qualunque rappresentazione sia individuale e sia collettiva. Il “Verbum” è un archétipo, sia scritto con la lettera maiuscola, in quanto, abbiamo visto, essere Dio stesso; sia come verbum con la v minuscola, come parola, come mezzo precipuo della specie umana e come possibilità che preesiste all’uomo medesimo.
Nella filosofia tardo ellenica αρχέτυπος (archètypos) indicava il modello primordiale, la forma da cui deriva l’universo delle cose sensibili.
Questi modelli originari definiti da Filone Ebreo αρχέτυποι (archètypoi), archetipi, furono considerati da Plotino emanzaioni del principio primo o νούς (nus), che è l’Archetipo originario da cui tutti gli archetipi derivano.

In psicologia Jung ha fatto un ampio uso del termine archètipo, ed ha ipotizzato che nella psiche umana, tali modelli ne occupino la parte più profonda, cioè l’inconscio collettivo.
“Ai nostri fini – egli dice – tale designazione è pertinente e utile perché ci dice che, per quanto riguarda i contenuti dell’inconscio collettivo, ci troviamo davanti a tipi arcaici o meglio ancora primigeni, cioè immagini universali presenti fin da tempi remoti”(Jung: “Archetipi dell’inconscio collettivo” in Opere IX, 1 p. 4 – Boringhieri – Torino 1980). E in altra sede esplicita così il concetto: “Il concetto dell’archétipo... è derivato dalla ripetuta osservazione che, ad esempio, i miti e le fiabe della letteratura mondiale contengono certi motivi che ritornano sempre e dovunque. Incontriamo gli stessi motivi nelle fantasie, nei sogni, nei deliri e nelle allucinazioni di uomini d’oggi. Tali immagini e collegamenti tipici vengono denominati rappresentazioni archétipiche(C.G. Jung: “Ricordi Sogni Riflessioni” B.U.R. p. 468 )".

Così ha voluto sottolineare il carattere universale dell’archétipo. Esso al di là di ogni possibile contenuto è una pura forma, che si dispone oltre ogni evento storico e culturale, ignorando le coordinate della diacronia e della sincronia, in quanto struttura allo stato puro, suscettibile, cioè di essere riempita di qualunque contenuto. Osserviamo én passant, che i contenuti sono ascrivibili alle epoche e alle genti; le strutture, essendo pure forme sono meta-temporali e meta-culturali; in una sola sono meta-fisiche.

Dice ancora Jung: “M’imbatto continuamente nell’equivoco che gli archétipi siano determinati da un contenuto, siano cioè una specie di ‘rappresentazioni inconsce’”. E ancora: “La sua forma invece... si potrebbe forse paragonare al sistema assiale di un cristallo, che preforma in certo senso la cristallizzazione nell’acqua madre, senza possedere in se stesso un’esistenza materiale. Quest’ultima appare soltanto nel modo con cui si aggregano gli ioni e poi le molecole. L’archétipo in sé è un elemento vuoto, formale, che non è altro che una facultas praeformandi, una possibilità di rappresentazione data a priori”.

L’archètipo junghiano possiamo accostarlo alle categorie di Kant. Le categorie kantiane, infatti, sono le modalità con cui si esplica l’attività dell’intelletto “nell’ordinare diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune, cioè nel giudicare.
Esse sono, dunque, le forme del giudizio, le forme, cioè, in cui si manifesta il giudizio indipendentemente dal suo contenuto.
Ogni qualvolta parliamo di pura forma, che sia la “facultas praeformandi” di Jung o le categorie di Kant, abbiamo la netta sensazione di trovarci dove esattamente finisce il verbum, la parola, e dove invece ha inizio il silenzio, che genera il verbum e il cui destino è scritto nel suo andare incontro al silenzio.
© G.dell'Isola - 2002 - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare i testi senza autorizzazione.



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