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4. Jung e il sogno

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Nella psicologia analitica, il sogno è così definito da Jung: “il sogno è un’ autorappresentazione spontanea della situazione attuale dell’inconscio espressa in forma simbolica. Questa concezione contrasta con la formula freudiana solo in quanto rinuncia a dare una formulazione precisa del senso del sogno e, pur affermando che il sogno è una rappresentazione simbolica di un contenuto inconscio, lascia in forse il problema se questi contenuti siano anche sempre soddisfacimenti di desideri”.

Inoltre, ci viene spontaneo aggiungere, sarebbe stato di buon gusto da parte di Freud, chiarire come sia possibile conciliare la natura inconscia del sogno con una metodologia razionalistica assolutamente estranea ai domini irrazionali della scena onirica.

Ma, ritornando a Jung, le sue premesse gli consentono di porre un importante quesito sul come leggere il sogno, se esclusivamente con un metodo prospettico o se non sia possibile anche una lettura casuale, perchè: “quando si ha a che fare con cose psichiche il chiedersi ‘Perchè si verifica la tal cosa?’ non è necessariamente più produttivo che il domandarsi ‘A che scopo succede?’ (Jung: “L’essenza dei sogni”, in Opere vol. 8 p. 303, Boringhieri 1976). Questo permette a Jung di scorgere nel sogno le linee di sviluppo di eventi psichici potenziali manifestatisi oniricamente come processi non ancora realizzati.

E, date le premesse, ne segue che, non solo il singolo simbolo, estrapolato dal contesto, non ha significato, ma anche che la simbolica onirica va analizzata nell’universo in cui essa si è sviluppata, e cioè la persona che l’ha prodotta.
“Ogni volta che emerge dal sogno un qualcosa di particolare, si stabilisce attraverso le associazioni del paziente quale sfumature di significato assume per lui quel particolare” (Jung: “L’essenza dei sogni”, in Opere vol. 8 p. 307-308 Boringhieri 1976 ).

Inoltre, siccome i contenuti dei sogni e il loro significato non coincidono con quelli della coscienza, occorre pensare che l’inconscio abbia una funzione autonoma. A questa funzione Jung dà il nome di compensazione. Se la coscienza si pone in un atteggiamento unilaterale, il sogno si colloca alla estremità opposta. Se la coscienza è su posizioni intermedia, il sogno opta per delle varianti. Se poi il sogno è in allineamento con la coscienza, ne sottolinea i contenuti, pur mantenendo la sua autonomia.

Per quanto riguarda l’interpretazione essa può riferirsi ai contenuti onirici e quindi all’oggetto, oppure al produttore di tali contenuti e cioè al soggetto e ai suoi vissuti psichici.
Il sogno può essere anche espressione oltre che dell’inconscio individuale, dell’inconscio collettivo.
Ed è proprio a questo genere di sogni che Jung si riferisce quando parla di “‘grandi’ sogni, ossia di sogni ricchi di significato che provengono da questo strato più profondo. La loro significatività trapela – a prescindere dall’impressione soggettiva – già dalla loro plasticità, che mostra non di rado forza e bellezza poetica. Tali sogni si presentato per lo più in periodi decisivi della vita, vale a dire della prima giovinezza, durante la pubertà, a mezzo del cammino (fra i trentasei e i quarant’anni) e in conspectu mortis. La loro interpretazione implica spesso difficoltà considerevoli perché il materiale che può mettere a disposizione colui che fa il sogno è troppo esiguo. Non si tratta più, nel caso delle immagini archepiche, di esperienze personali, ma in certo qual modo di idee generali il cui significato fondamentale va rintracciato nel senso che è loro caratteristico e non in qualche contesto di eventi personali” (Jung: “L’essenza dei sogni” in Opere vol. 8 p. 313 – 314 Boringhieri).

Diversamente per molti aspetti si esprime l’analisi esistenziale nei confronti del sogno. Per essa, infatti, il soggetto che sogna diventa passivo, dal momento che interrompe il suo rapporto con il mondo. “Sognare” allora, scrive Binswanger “significa: non so che cosa mi succede, né come mi succede. Nell’Io, nel ‘Mi’ ricompare la singolarità, il Quisque, l’έκαστος (ecastos), ma esso non è affatto colui che fa il sogno, è bensì colui a cui, ‘ed egli sa come’ esso accade” (L. Binswanger: “Sogni ed esistenza in” Per un’antropologia fenomenologica” p. 75 Feltrinelli 1970).
Mentre nello stato di veglia il soggetto è artefice di vita, nel sogno diviene una funzione di vita, quindi una passività una non presenza nel mondo e, conseguentemente, tale analisi non prende in considerazione il sogno come un possibile veicolo di comunicazione.
© G.dell'Isola - 2002 - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare i testi senza autorizzazione.



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